West End / Interview

December 16, 2015

 

West End al Romaeuropafestival. Intervista con il drammaturgo Riccardo de Torrebruna

 

 

West end, una zona di Londra  a ridosso della City, ma soprattutto il quartiere dell’ intrattenimento e dei teatri, specie quelli della tradizione del vaudeville, genere nato in Francia a fine ‘700, che alla prosa ha sostituito danze, arie cantate e testi brillanti, passati in America ed ovunque, creando il varietà moderno.

Chiedo a Riccardo de Torrebruna, drammaturgo dello spettacolo.

Quest’anno il Romaeuropa festival presenta il 3 novembre al Teatro India, ore 21,30 uno spettacolo con questo titolo West End, di cosa si tratta ?

La coreografa  e regista Chiara Frigo voleva fare uno spettacolo sul mondo dell’intrattenimento e in particolare sul tip-tap ed era appunto alla ricerca di una “specialista”. Ha passato la voce tra i danzatori  e ha ritrovato Amy Bell, con cui aveva condiviso l’esperienza di Choreoroam, senza sapere che Amy, che è  di Londra, tenesse in un cassetto questa particolare formazione.  Da giovanissima aveva studiato tip-tap per poi metterlo da parte, come se fosse un genere minore, una sorta di segreto da non divulgare nel mondo concettuale della danza contemporanea. West End si sviluppa su un doppio registro, i classici numeri del vaudeville, scanditi dal ritmo del tip tap,  descrivono  alcuni capitoli chiave  della fine dell’occidente, west end, appunto, esorcizzandone la portata, senza per questo tralasciarne la complessità.

Come ti sei trovato a lavorare dentro uno stile ed una disciplina così diversi dalla tua esperienza di scrittore e di uomo di cinema e di teatro?

Ho avuto la fortuna di vedere gli spettacoli di Pina Bausch dal vivo e di apprezzare le capacità fisiche ed espressive dei suoi danzatori. Ho ammirato il loro training, la capacità di fare cose eccezionali e musicali con il corpo, ma anche l’intensità del loro mondo personale. Per questo ho accettato la sfida e, d’accordo con Chiara Frigo, abbiamo deciso che West End sarebbe stato costruito interamente sulle qualità di performer che Amy possiede, sulla forza che sprigiona in scena e su alcuni preziosi elementi del suo  vissuto.  Spesso, negli spettacoli di danza si vede soprattutto l’estetica, la superficie del movimento, molto meno l’umanità dei danzatori. E’ questo che a me invece interessa. Con Amy abbiamo lavorato per cercare la narrativa interna di West End, senza tradire lo stile della tradizione, ma portandoci dentro l’intensità emotiva di cui Amy è capace. Ci siamo detti che nel mondo di oggi, con quel titolo, l’intrattenimento da solo non sarebbe più bastato. Perciò siamo partiti da una semplice domanda, qual è la cosa specifica che ci fa sentire degli occidentali? Probabilmente ognuno ha una risposta diversa, ma su questa base si è costruito il percorso interno da proporre al pubblico attraverso la performance. Qui è intervenuto il gusto e l’esperienza coreografica di Chiara, è lei che ha adattato con molta eleganza e semplicità i densi contenuti che man mano venivano fuori dal lavoro.

Uno spettacolo divertente ma che fa anche nascere domande. West End come intrattenimento, come fine e rinascita dell’occidente. Secondo te dove sta andando oggi il teatro moderno?

Lo spettacolo va verso una direzione performativa (una definizione che va molto di moda). Alcuni spettacoli sono buoni, molti sono solo buone scuse per saltare il nodo principale: evitare di mettersi in gioco. Non cercare la verità, glissare sulle situazioni difficili, sulla difficoltà e la responsabilità di fare teatro. A New York nel 1992, insieme a Susan Batson abbiamo fondato lo Studio Acting. Da allora, ho continuato sulla strada che abbiamo tracciato insieme e non mi sono stancato di accogliere nuove sfide, scrivere, insegnare e dirigere.

Nel tuo lungo percorso di formatore come vedi gli attori giovani?

Hanno molte più possibilità di sempre, purché siano consapevoli dell’ importanza di approfondire la loro formazione. Hanno a disposizione tutto il lavoro di chi li ha preceduti, il supporto di tutte le tecnologie immaginabili, ma non devono mai rinunciare alla domanda: che cosa ho veramente da dire?

 

di Pino Moroni - 30 ottobre 2015

www.artapartofculture.net

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